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Omeopatia medicina sistemica

Omeopatia medicina sistemica
Autore: Gianni Marotta, 28/12/2009

 
La nostra scuola di pensiero – che ha ispirato la fondazione del CIMI – si sforza di inserire la medicina omeopatica, quale quella che pratichiamo, nell’ampio contesto dell’esistenza dell”antropos’, dalle fasi della nascita e della evoluzione alle fasi di involuzione e di morte, affinchè l’essere umano veda accolti dalla pratica medica i suoi vissuti fisici e, con la stessa attenzione, quelli corporei, psichici e relazionali.
La nostra visione include non solo l”antropos’ ma l’essere vivente in generale, tant’è che, la omeopatia veterinaria, così come viene praticata, nell’ambito della nostra scuola, seguendo il metodo della complessità, si rivela un ottimo strumento di cura.
Da anni coltiviamo l’idea che la Medicina possa fornire risposte adeguate a chi soffre, in termini non solo organicistici. La medicina dominante attualmente è attivissima nel cercare risposte alla ‘malattia’, non altrettanto nel prendere in considerazione i modi e il senso di essa nel vissuto di ogni singolo individuo, che chiamiamo ‘sofferenza’.
Il tema della sofferenza può essere o non essere accompagnato da patologie organiche conclamate, ma la sofferenza, a carico della corporeità come della psiche, può raggiungere egualmente livelli drammatici.
Il nostro approccio omeopatico si sforza di occuparsi del vivente nella sua complessità, cioè non solo delle parti che lo costituiscono, ma soprattutto di come tali parti sono in relazione tra loro e il tutto è in relazione con l’esterno.

 
Autopoiesi e auto-organizzazione
Dal testo del prof. Alberto Panza in Praxis Omeopatia, il metodo della complessità del dott. Mangialavori:
“…Proprio sul versante della complessità organizzata si è verificato un ulteriore importante mutamento di paradigma: la Teoria dei sistemi autopoietici, nata nell’ambito di studi biologici e neurofisiologici, ha privilegiato un vertice prospettico per cui i sistemi viventi vengono considerati proprio sulla base della rete di relazioni che li deteminano: “la relazione è la stoffa del sistema”, hanno scritto Humberto Maturana e Francisco Varela nel loro testo più noto. Autopoiesi e cognizione, nel quale si sostiene che l’approccio tradizionale delle scienze biologiche, basato sulla discriminazione sempre più fine di procedimenti parcellizzati, finiva per annichilire il fenomeno con il quale ci si poneva in relazione, dal momento che la caratteristica fondamentale del vivente è quella di essere un sistema interagente (H.R. Maturana, F.J. Varela (1980), Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente. Venezia, Marsilio, 2001, pp.114-115).
L’omeopatia nasce fin dai primordi come una disciplina sistemica.
Nel nostro studio dei pazienti e dei rimedi omeopaticamente loro utili, cerchiamo di capire come è organizzato il sistema-individuo, tenendo conto che un sistema vivente è in costante evoluzione o involuzione.
Nel nostro schema di organizzazione prendiamo come base di partenza le grandi difficoltà esistenziali del vivente. Ci riferiamo ai nuclei di debolezza, di fragilità, di vulnerabilità propri di ogni sistema vivente, sia sul piano organico che psichico.

 
Sul piano organico tali nuclei sono il primum movens di patologie di ipofunzione (astenie, adinamie, insufficienze) cui possono seguire reazioni in iper (esempio infiammazioni, allergie, ipertrofie) oppure reazioni degenerative.
Sul piano psichico tali nuclei sono generatori di angoscie perturbanti e di spinte disorganizzative, che si riflettono inevitabilmente sul piano relazionale e comportamentale (dalle nevrosi alle psicosi).
Il modello sistemico tiene conto della qualità delle reazioni che ogni individuo mette in atto come risposta a tali difficoltà e delle modalità dei comportamenti o delle manifestazioni somatiche, che sono legati a tali reazioni.
Il rimedio Simillimum è quello che opera sugli assi portanti dell’organizzazione di un dato sistema-individuo e di conseguenza sulle manifestazioni cliniche e comportamentali che derivano dalle dinamiche organizzative.
Dalla visione sistemica nasce l’interesse del medico omeopatico verso tutto ciò che riguarda il paziente, dalle dinamiche interiori alle difficoltà relazionali: ecco perchè ci si occupa oltre che di medicina organicistica di etologia, di comportamento, di psicologia, di noxae ambientali, di alimentzione buona e corretta etc.
Il modello di riferimento per la presa del caso visto in chiave sistemica.
Per comprendere pazienti e rimedi abbiamo elaborato un nostro “modello” di riferimento. Poiché i viventi, e l’essere umano in particolare, sono al di sopra di qualsiasi schema classificatorio, il nostro modello non è rigidamente strutturato e predefinito. Come si evince dal nostro approccio didattico e dal materiale nei casi clinici riportati, il modello si costruisce volta per volta, dalla base, partendo dalle modalità caratteristiche con cui ogni singolo individuo organizza importanti funzioni vitali.

 
La conoscenza di tali funzioni e delle peculiarità con cui si esprimono nel vivente è oggetto della nostra ricerca.
La Teoria dei sistemi autopoietici ha sostenuto che l’identità di un sistema coincide con le sue modalità di organizzazione:
in luogo di un isomorfismo di facciata, sono dunque le analogie strutturali e processuali tra sistemi che ci aiutano a condurre una ricerca sul principio di similitudine. In questo senso appare fondamentale l’individuazione delle principali linee di tendenza dei processi autopoietici di un sistema, distinguendole dalle variabili occasionali che non vanno mai escluse, non solo a livello del sistema/paziente ma anche del sistema/rimedio.
Gli studi ecologici ed etologici hanno ampiamente dimostrato come piante e animali possano modificare occasionalmente diversi parametri di funzionamento in relazione a mutamenti intercorsi nel contesto ambientale. Analogamente, nel campo della cosiddetta zoosemiotica, si è constatato come le tipicità nel registro di linguaggio di una specie non escludano la possibilità di dialetti o idiomi propri di un gruppo o di un individuo.
Pensare in termini di organizzazione induce ad evidenziare come ogni sistema vivente presenti:
– una morfologia particolare, con margini di modificabilità variabili ma non illimitati;
-particolari assetti strutturali, che prendono forma in modo emergente nel corso delle vicissitudini del vivente;
– un determinato grado di coesione;
– un grado differenziale di plasticità o rigidità;
– particolari modalità di accrescimento e deperimento (aspetti neghentropici ed entropici).

 
Ogni sistema vivente prende forma in un contesto, cresce in un habitat più o meno favorevole, presenta particolari strategie per utilizzare le risorse interne (e accedere a risorse esterne), per la nutrizione, la riproduzione e per fronteggiare un certo numero di forme di vita antagoniste.
Ogni sistema, sul piano dell’autopoiesi, si distingue dunque non solo per le qualità strutturali ma per una serie di caratteristiche “etologiche” che descrivono:
– il modo di abitare lo spazio-ambiente e di entrare in relazione con le risorse ambientali;
– il modo di entrare in relazione (o di evitare la relazione) con i conspecifici, con altre specie e con le specie antagoniste;
– peculiari aree di vulnerabilità;
– particolari risorse, ovvero un modo particolare di usare e modificare le proprie caratteristiche strutturali in vista di arginare le proprie tendenze entropiche o di fronteggiare le minacce ambientali. Il modo di abitare lo spazio-ambiente e di entrare in relazione ci aiutano a descrivere quello che, con una metafora antropomorfa, potremmo definire il ‘carattere’ di un sistema.
Mettendo a confronto le peculiari aree di vulnerabilità e le particolari risorse del sistema, si possono individuare le principali strategie difensive, compensative o riparative rispetto al vulnus che non si è potuto evitare.
Un passo decisivo in questa direzione è la proposta di sostituire la vecchia dizione “sintomo omeopatico” con quella di “tema omeopatico” e di ipotizzare una organizzazione del materiale che si articola in diversi ordini o registri tematici.

 
La tematizzazione conferisce visibilità e concretezza all’orientamento olistico, che la medicina omeopatica condivide con altre terapie, ma che spesso rimane una mera petizione di principio.
Articolare la relazione analogica come confronto tra sistemi organizzati permette di esplicitare gli assi portanti e i punti nodali su cui la trama di un approccio olistico può configurarsi concretamente.
Questo risultato ovviamente non si consegue se ci si limita ad elencare in maniera paratattica singoli elementi( i sintomi omeopatici) –sia pure nella forma alquanto opinabile delle cosiddette key-notes-, mantenendosi in sostanza sul piano sintomatico-descrittivo.
Uno dei problemi specifici dell’ermeneutica omeopatica consiste, come si è detto, nel fatto che l’adozione generalizzata del termine “sintomo” copre aree fenomeniche molto diverse tra di loro.
La variazione proposta consente di evitare le possibilità confusive presenti nella vecchia terminologia: numerosi fraintendimenti possono infatti conseguire all’adozione di termini equivoci, come, ad esempio, la dizione “sintomi mentali”.
Il pericolo più evidente è quello di una involontaria caduta in un rigido determinismo, con il risultato di ridurre l’intera vita psichica di un soggetto (speranze e timori, progetti e delusioni, ansie e desideri, sogni e fantasie) ad un mero epifenomeno del rimedio.
Curioso approdo per una disciplina che si vuole rispettosa della persona e che rischia di realizzare un approccio non solo sintomatico ma iper-sintomatico, attraverso la riduzione a sintomo di tutte le modalità espressive o esperienziali del Sé psicofisico. (Prof Alberto Panza, praxis volume primo)

 
I cosiddetti “sintomi omeopatici” non descrivono (sol)tanto il sopravvenire di processi morbosi – di cui tratteggiare una semeiotica – ma investono le condizioni generali di funzionamento del sistema vivente.
In altre parole riguardano non solo le modalità in cui si esprime il malessere ma quelle che favoriscono una condizione di benessere, non solo i meccanismi difensivi ma i processi compensativi e riparativi, non solo i nuclei di vulnerabilità ma anche le tonalità affettive dominanti.
Da qui la complessità dell’approccio terapeutico.
A questo proposito appare particolarmente feconda la proposta di individuare diversi ordini o registri tematici.
La difficoltà di “tradurre”, con gli strumenti repertoriali, la concreta esperienza del colloquio clinico in termini di intelligibilità terapeutica può essere paragonata all’angoscia che si provava da ragazzi allorché bisognava tradurre un testo ostico ed enigmatico e ci si aggrappava al dizionario nella speranza di trovare, tra gli exempla elencati, proprio una frase tratta dal testo che ci si accingeva a tradurre. Speranza quasi sempre delusa: il dizionario, come il repertorio, è, con ogni evidenza, uno strumento per costruire un testo e non un sostituto del testo stesso, che nasce da un’ulteriore elaborazione e organizzazione del materiale.
La consuetudine ormai diffusa con il WEB ha reso familiari i problemi di gestione di una mole di dati sovrabbondante e disomogenea; si tratta di una particolare manifestazione di un fenomeno ben noto ai teorici della comunicazione: il rischio di disinformazione prodotto da una informazione ipertrofica.
Da questi problemi nasce la necessità di una organizzazione ipertestuale dell’informazione, attraverso la costruzione di reti di legami, tessute a partire da punti nodali (links) che selezionano percorsi di navigazione effettivamente fruibili all’interno del mare magnum delle informazioni disponibili.
Dunque l’organizzazione del materiale su diversi registri tematici non somiglia alla classificazione categoriale di diversi tipi di temi, quanto piuttosto ad una forma di organizzazione ipertestuale in cui alcuni particolari punti nodali (temi generali, temi fondamentali e grandi aree tematiche) accanto alla funzione di informazione possiedono anche quella di meta-informazione, ovvero illustrano implicitamente il criterio seguito nella organizzazione del materiale.
Si è detto, a proposito del lavoro di tematizzazione, che non è sufficiente stilare una lista di parole per produrre un testo.

 
La natura dell’operazione è espressa dall’etimo: il termine textum indica, appunto, un lavoro di tessitura. Un testo diviene testo quando qualcuno lo assume come tale, istituendo o ristabilendo la rete di connessioni che ne costituiscono la trama.
Ma l’applicazione del principio di similitudine richiede un lavoro di tessitura ulteriore, rispetto alla ri-organizzazione dei materiali repertoriali.
La creazione del campo terapeutico implica l’individuazione di una serie di connessioni e relazioni all’interno del materiale, in apparenza disordinato e frammentario, presentato dal paziente, onde favorire l’apertura di un orizzonte di pensabilità della sofferenza, attraverso la comprensione di quei temi che assumono un valore fondante nell’organizzarsi di una particolare esperienza vissuta.
Il problema di che cosa tematizzare – e di come coordinare tra loro i diversi indici tematici – è (relativamente) meno pressante nella evidence-based medicine, in cui, in fondo, la linea tematica è unica: l’individuazione (o l’esclusione) di processi patologici o lesionali in corso, da raccordare alle emergenze sintomatiche (e questo aspetto è coperto ampiamente – anche se non esaustivamente – da una nosografia dettagliatissima).
Dunque la medicina bio-meccanica opera una “sezione” nel campo, organizzando il relato del paziente esclusivamente in relazione a quest’unica tematica, mentre tutti gli altri aspetti (funzionali o disfunzionali che siano) esulano dichiaratamente dal suo ambito di pertinenza.
Si tratta di un taglio ermeneutico perfettamente legittimo, di indubbia efficacia sul piano della risoluzione del sintomo.
Tuttavia l’angolo prospettico della medicina omeopatica è più ampio, comprende, come si è detto, aspetti diversi ed eterogenei, il che presenta possibilità ma anche problemi particolari (prof Panza, ibidem).
Aree problematiche del vivente e corrispondenze omeopatiche
Definire le principali aree problematiche di un essere complesso quale l’uomo non è un compito semplice – e non credo che sia facile nemmeno in campo animale – soprattutto se il tentativo è quello di evitare freddi elenchi sintomatici.

 
Si tratta, infatti, sempre e comunque di vissuti, con tutto il loro carico di emozioni e, se cerchiamo di costruire una mappa schematica lo facciamo non per amore di sistematizzazioni, ma al solo scopo di non trovarci totalmente disorientati nelle diverse situazioni di disagio e di sofferenza, che ci si presentano quotidianamente nella pratica clinica.
Se disponiamo di alcune coordinate per orientarci, riusciremo nell’obiettivo principe del nostro essere medico: di prenderci cura delle persone nella loro ‘complessità’.