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IL MODELLO AGROECOLOGICO, ALLEVARE IN MODO RISPETTOSO

di Francesca Pisseri

Il modello agroecologico si basa su una visione sistemica della azienda zootecnica e degli animali, nella loro relazione con l’ambiente, sia naturale che antropico, e con le persone.

La vita è un fenomeno interattivo, che si realizza attraverso scambi, partecipazione, comunicazione tra gli elementi.

Come funziona un sistema agroecologico? 

Gli organismi produttori, le piante, utilizzando l’energia solare, trasformano le sostanze minerali in biomassa vegetale, che costituisce il pascolo, che tramite gli organismi animali consumatori, gli erbivori, si trasforma in biomassa animale; le spoglie e le deiezioni dei produttori e dei consumatori costituiscono fonte energetica e nutritiva per i decompositori come batteri, funghi, insetti, che attraverso la catena del detrito riconvertono la sostanza organica in minerale.

Tramite questa catena alimentare si mantiene il ciclo della materia e si produce diversità biologica; la materia è quindi organizzata in sistemi complessi (ecosistemi), capaci di evolversi e tendenzialmente stabili.

L’ecosistema è dotato di omeostasi, e cioè la capacità di mantenere un rapporto costante di componenti in un flusso continuo di materia ed energia, in un contesto variabile di stimoli, tramite le capacità adattative dei singoli elementi e lo sviluppo di nuovi modelli organizzativi (Caporali,1991). 

Il modello agroecologico si basa quindi sulla ricerca, da parte del gestore umano, di assetti organizzativi che diano agli organismi che lo abitano la soddisfazione del loro desiderio di benessere e la possibilità di interagire in modo sinergico tra loro, affinché l’espletamento della loro vita sia poco dispendioso a livello energetico. 

Facciamo un paio di esempi:

1- un erbivoro selvatico, in sistemi di pascolo naturali, può non avere a disposizione, nel territorio abituale per motivi agro-climatici, biomassa sufficiente a soddisfare le sue esigenze alimentari, e quindi dovrà spostarsi per cercarne. Se l’energia necessaria agli spostamenti sarà maggiore di quella ricavata dal pascolo che ne deriva, il suo organismo andrà in crisi, fino a non aver risorse necessarie a riprodursi o a sopravvivere. Vivrà situazioni di stress, di malessere, di fatica, non avrà energie da investire nel gioco, potrà riposare meno.

2- una prateria naturale può venire sovrapascolata da un gruppo di erbivori selvatici. Questi animali, se sono in sovrannumero rispetto alle risorse alimentari, si cibano delle essenze erbacee in modo insistente e continuativo, arrivando a compromettere il loro apparato radicale e quindi causandone la morte. La prateria perde quindi copertura e l’ecosistema perde biodiversità.

In un agroecosistema gestito da persone esperte e consapevoli, si organizza il sistema di pascolo in modo da non avere sofferenza né carenze per gli animali, né depauperamenti e degrado per la prateria. Questo si ottiene approntando un opportuno Piano di Pascolamento.

Le sinergie tra elementi sono alla base di queste organizzazioni, che quindi si basano sul prevalente utilizzo di risorse locali e sulla applicazione di idee diversificate e creative, in quanto ciascuna azienda necessita di soluzioni personalizzate.

La attenta osservazione e la buona comunicazione tra operatori sono fondamentali.

Questi sono sistemi a basso impatto, sia per quanto riguarda le strutture di allevamento, sia per quanto riguarda la necessità di trasporti e di impiego di energie fossili, in quanto basati soprattutto sul pascolamento e sulla conseguente riduzione di consumo di cereali, come mais e soja, le cui colture sono responsabili di deforestazioni, e di consumi elevati di acqua e di energie non rinnovabili.

Gli erbivori si sono evoluti in modo da poter digerire la cellulosa, tramite microrganismi simbionti, e sono quindi in grado di creare proteine nobili per la nostra alimentazione partendo da carboidrati complessi, per noi umani indigeribili. Il suino, tramite il grufolamento, è in grado di nutrirsi di molti prodotti spontanei del bosco, ed è inoltre un ottimo pascolatore (link articolo Davide).

Il pascolamento ben gestito rispetta la fisiologia dell’animale e incentiva il suo benessere .

Il punto di partenza per la organizzazione dell’allevamento è la etologia, che comprende il modo di vivere e di sentire degli animali, come scritto nel libro “Con-vivere, l’allevamento del futuro”.

E’ necessario conoscere come l’animale si comporta in natura e nei sistemi tradizionali e cercare di creare per esso, all’interno dell’azienda, un habitat che si avvicini il più possibile alle sue esigenze. In questo modo esso farà una vita più consona alla sua natura, ma il sistema necessiterà di bassi input sia energetici che chimici per il suo sostentamento. 

Gli allevatori possono utilizzare i comportamenti naturali degli animali come risorsa (etologia collaborativa), invece di trovare strategie soppressive per evitare comportamenti che negli schemi “umani” sono considerati fastidiosi.

Per esempio, parlando di suini, sappiamo che la loro principale attività è la ricerca del cibo, grufolare e dissodare, e questo comportamento può essere utilizzato come risorsa per impostare un allevamento in aree marginali, come il bosco, o per preparare i terreni alla semina.

I punti di passaggio e le strutture di convoglio degli animali vanno costruite in modo da non creare difficoltà legate alle loro differenti percezioni sensoriali.

L’animale va conosciuto e rispettato, bisogna evitare di ottenere dei comportamenti tramite stimoli legati alla paura o allo stress, per esempio per spostare gli animali è meglio chiamarli con un richiamo accattivante piuttosto che spingerli con urla fastidiose o con bastoni. Bisogna ricordare che essi, atavicamente, sono delle prede, e quindi è necessario evitare di indurre in loro comportamenti di allerta, paura, aggressività, mettendoli in situazioni che evocano il pericolo da predazione.

Se l’allevatore è responsabile della cura degli animali, del loro riparo, della loro nutrizione, del loro benessere a tutto tondo, l’animale domestico può vivere più sereno rispetto all’analogo selvatico. 

L’uomo deve rispettare il patto di convivenza mutualistica che ha stretto migliaia di anni fa con gli animali domestici, quando essi si sono lasciati addomesticare, utilizzare per i lavori dei campi, mungere e uccidere per essere mangiati mantenendo in tutto ciò mansuetudine e atteggiamento collaborativo, in cambio di cure e protezione. Questo patto presuppone conoscenza ed etica, presenti in molte culture tradizionali, nelle quali tutti gli animali vengono percepiti come esseri senzienti e preziosi, e, nel nutrirsi di loro, li si ringrazia e li si tratta col massimo rispetto. 

Anche gli animali che convivono con noi per soddisfare le nostre esigenze di affezione e compagnia necessitano di riconoscimento della loro natura: i cavalli non possono vivere da soli, chiusi in scuderia, hanno bisogno di socialità e movimento, i cani hanno bisogno di attività condivise, e non solo di coccole, e molti gatti hanno necessità di predare. E’ necessaria la conoscenza anche della ecologia e della etologia relative a queste specie, per vivere accanto agli animali in modo non solo antropocentrico e proiettivo, ma considerandoli attori primari nella relazione e al tempo stesso portatori di esigenze diverse dalle nostre.